Come proporre una collaborazione a un brand (e non finire nello spam)

Il problema, quando provi a proporre una collaborazione a un brand, non è quasi mai il numero di follower. È che la tua proposta assomiglia alle altre trecento che quel brand ha ricevuto questo mese: “Ciao, adoro i vostri prodotti, vi va di collaborare?”, media kit allegato, firma con emoji. Finisce nel cestino in tre secondi, e non per cattiveria: chi la legge non ha capito cosa gli stai offrendo. Qui trovi il metodo per farti rispondere, pensato per come funzionano davvero le cose in Italia: aziende piccole senza un reparto influencer, agenzie che filtrano tutto, pagamenti a 60 giorni e regole AGCOM da rispettare.

Prima di proporre una collaborazione a un brand, guardati con gli occhi dell’azienda

Un’azienda non compra follower. Compra attenzione di persone che potrebbero diventare suoi clienti. Prima di scrivere a chiunque, apri le statistiche del tuo profilo e rispondi a queste domande come se fossi il responsabile marketing che deve giustificare la spesa al capo:

  • Dove vive il tuo pubblico? Se vendi a un brand italiano che spedisce solo in Italia, il 40% di pubblico estero è un problema, non un vanto.
  • Quante persone vedono davvero i tuoi contenuti? Le visualizzazioni medie degli ultimi 10 reel contano più del totale follower. Un profilo da 15mila follower con reel stabili a 20mila visualizzazioni vale più di uno da 80mila fermo a 3mila.
  • Il prodotto c’entra con quello che fai? Se parli di montaggio video da smartphone, un gimbal, un microfono o un’app di editing sono collaborazioni naturali. Una crema viso no, anche se paga.
  • Si vede che sai fare il lavoro? Il brand non sta comprando solo uno spazio, sta comprando un video. Se il tuo profilo è pieno di contenuti curati, il video è già la tua prova di competenza.

Se su uno di questi punti sei debole, non è un motivo per non scrivere. È un motivo per scegliere bene a chi scrivere.

A chi scrivere (l’indirizzo info@ è un cimitero)

Metà delle proposte fallisce perché arriva alla persona sbagliata. L’email generica del sito la legge chi gestisce resi, fatture e reclami. La tua proposta finisce in fondo alla coda, tra un ordine non arrivato e un fornitore che chiede un pagamento.

Brand piccoli e medi: punta al titolare o al marketing

In Italia una buona parte dei brand interessanti per i creator sono piccole e medie imprese. Lì spesso decide il titolare, oppure una persona sola che si occupa di marketing, social e magari anche dell’e-commerce. Trovarla è più facile di quanto pensi: cerca il nome dell’azienda su LinkedIn e guarda chi lavora lì con ruoli tipo “marketing”, “comunicazione”, “brand manager”. Nelle aziende piccole spesso l’email segue lo schema nome.cognome@dominio.it, ma non tirare a indovinare se puoi chiedere.

Brand grandi: quasi sempre c’è un’agenzia di mezzo

I marchi più grandi raramente gestiscono i creator internamente. Usano un’agenzia di influencer marketing, e scrivere al brand significa solo che la tua email verrà inoltrata (forse). Il trucco per scoprire quale agenzia lavora con un brand: guarda i contenuti segnalati come pubblicità di altri creator che hanno già collaborato con quel marchio. A volte l’agenzia è taggata, a volte basta chiedere gentilmente al creator stesso. Molte agenzie hanno anche un form o un indirizzo per i creator che vogliono entrare nel loro database: iscriviti, non costa nulla.

Il messaggio diretto su Instagram: solo come secondo passo

Il messaggio diretto funziona con i brand molto piccoli, gestiti dal titolare in persona. Con tutti gli altri finisce nelle richieste di messaggi, insieme agli spam. Usalo per una cosa sola: chiedere a chi scrivere. “Ciao, avrei un’idea di contenuto da proporvi, a quale email posso mandarla?” è un messaggio che ottiene risposta molto più spesso di una proposta intera scritta in un DM.

Cosa scrivere quando proponi una collaborazione a un brand

La regola è semplice: la prima email non deve vendere la collaborazione. Deve vendere la risposta. Il suo unico obiettivo è che chi legge pensi “ok, sentiamolo”. Per riuscirci bastano cinque elementi, in quest’ordine:

  • Chi sei, in una riga. Nome, di cosa parli, su quale piattaforma, a quante persone. Fine.
  • Perché proprio loro. Una prova concreta che conosci il prodotto: lo usi già, l’hai citato in un video, hai notato una cosa specifica del loro catalogo.
  • L’idea. Questa è la parte che manca nel 90% delle proposte. Non “un reel”, ma quale reel: il formato, il gancio, cosa si vede.
  • I numeri essenziali. Due o tre, non dieci. Il resto va nel media kit.
  • Una domanda facile. Non “cosa ne pensate?”, ma qualcosa che si risolve con un sì: una chiamata di 15 minuti, l’invio del listino.

Un esempio di email che puoi adattare

Oggetto: Un’idea di reel per [nome prodotto]: stessa ripresa, con e senza

Ciao [Nome],
sono [tuo nome], su Instagram e TikTok spiego come girare e montare video con lo smartphone a circa [numero] persone, quasi tutte in Italia.
Uso il vostro [prodotto] da qualche mese per i miei tutorial, si vede anche in questo video: [link].
Ho un’idea precisa: un reel di 30 secondi che mostra la stessa ripresa fatta a mano libera e poi con il [prodotto], con lo schermo diviso a metà. Il formato prima/dopo è quello che sul mio profilo porta più salvataggi e condivisioni. Lo pubblicherei su Instagram con ripubblicazione su TikTok.
Qui trovi pubblico e numeri aggiornati: [link media kit].
Ti andrebbe di sentirci 15 minuti la prossima settimana?
[Firma]

Nota cosa manca: complimenti generici, la storia della tua vita, la richiesta di prodotti gratis, il listino prezzi. Quello arriva dopo, quando ti chiedono “quanto costa?”. E se te lo chiedono, la proposta ha già funzionato.

Gli errori che ti fanno ignorare

  • Il copia e incolla con il nome sbagliato. Succede più spesso di quanto credi, e chi lo riceve lo nota sempre.
  • L’allegato pesante. Un PDF da 15 MB nella prima email rischia lo spam e nessuno lo apre. Meglio un link.
  • “Fatemi voi una proposta”. Sposti tutto il lavoro su di loro. Chi è impegnato non ha voglia di inventarsi cosa potresti fare tu.
  • Il tono da supplica. Non stai chiedendo un favore, stai proponendo un servizio. Gentile sì, servile no.
  • Scrivere a 100 brand con la stessa email. Dieci proposte su misura battono cento messaggi uguali, sempre.

A me è capitato in prima persona. Ho provato con un’email standard da inviare ad un blocco di contatti, zero risposte. Ho trattato ogni contatto come unico, e con alcuni abbiamo concluso una collaborazione.

Il media kit: una pagina, non una brochure

Il media kit serve a rispondere in 30 secondi alla domanda “questo creator fa per noi?”. Se serve più tempo per leggerlo, è troppo lungo. Ecco cosa deve contenere, e niente di più:

  • Chi sei e di cosa parli, in due righe.
  • Numeri per piattaforma: follower, visualizzazioni medie dei reel, interazioni medie. Aggiornati, con il mese di riferimento.
  • Pubblico: paese, città principali, fasce d’età, genere.
  • Due o tre esempi di contenuti, meglio se collaborazioni già fatte o contenuti simili a quello che proponi.
  • Formati disponibili (reel, storie, video su YouTube, ripubblicazione su TikTok) e contatti.

Un consiglio pratico: tieni il media kit online, su una pagina del tuo sito o su un link condivisibile, invece che in un PDF. Lo aggiorni una volta e chi ha il link vede sempre i numeri giusti. Il listino puoi tenerlo separato e mandarlo solo a chi lo chiede. Questo è il mio media kit

Quanto chiedere (e perché il “ti mandiamo il prodotto” non è un compenso)

In Italia non esiste un tariffario ufficiale, e le cifre che girano online sono spesso medie americane che qui non stanno in piedi. Invece di copiare un numero, costruisci il tuo prezzo partendo da tre pezzi.

1. Il tuo costo di produzione

Conta le ore vere: idea, scrittura, riprese, montaggio, revisioni richieste dal brand, pubblicazione, risposte ai commenti. Se un reel ti richiede 6 ore e il tuo lavoro vale almeno 30 euro l’ora, sei già a 180 euro prima ancora di parlare di pubblico. Sotto quella cifra stai pagando tu per lavorare.

2. Il valore della visibilità

A quel costo aggiungi quanto vale la tua audience: più visualizzazioni medie, più il prezzo sale. Usa sempre le visualizzazioni medie, non i follower, perché è quello che il brand può misurare dopo.

3. Gli extra che si pagano a parte

  • Diritti d’uso: se il brand vuole usare il tuo video sui suoi canali o sul sito, è un valore in più e va indicato per quanto tempo.
  • Uso in sponsorizzata: se vuole spingere il tuo video con le inserzioni a pagamento, il tuo contenuto lavora per lui molto più a lungo. Si paga a parte, per un periodo definito (30, 60, 90 giorni).
  • Esclusiva: se ti chiede di non lavorare con concorrenti per tre mesi, ti sta chiedendo di rinunciare a soldi. Quindi si paga.
  • Ripubblicazione su altre piattaforme: un reel su Instagram ripubblicato su TikTok costa meno di un contenuto nuovo, ma non è gratis.

Un trucco che funziona bene: quando ti chiedono il prezzo, proponi tre pacchetti (base, medio, completo). La maggior parte delle aziende sceglie quello in mezzo, e tu eviti la trattativa sul singolo numero.

E il prodotto in cambio? Ha senso solo se è qualcosa che avresti comprato comunque e se non ci sono obblighi rigidi di pubblicazione. Se ti chiedono un reel, tre storie e il link in bio in cambio di un prodotto da 40 euro, non è una collaborazione: è lavoro sottopagato con la confezione regalo.

Il follow-up: una volta, bene, e poi basta

Nessuna risposta non significa no. Spesso significa che la tua email è arrivata il giorno sbagliato. Aspetta 5-7 giorni lavorativi e manda un solo messaggio breve, nella stessa conversazione:

Ciao [Nome], riprendo la mia email di settimana scorsa sull’idea del reel prima/dopo con il [prodotto]. Se non è il momento giusto nessun problema, mi basta sapere se c’è un’altra persona a cui è meglio scrivere. Grazie!

La domanda finale è la chiave: anche chi non è interessato spesso risponde per indicarti la persona giusta. Dopo il secondo silenzio, lascia perdere e riprova tra qualche mese con un’idea diversa. Insistere non ti rende determinato, ti rende quello da bloccare.

Prima di dire sì: accordo, pubblicità segnalata e fattura

Il brand ha risposto, avete trovato un accordo sul prezzo. Ora arriva la parte che molti creator saltano e poi rimpiangono.

Cosa mettere nero su bianco

Non serve un contratto da 20 pagine, ma serve qualcosa di scritto, anche una semplice email di riepilogo accettata dal brand. Deve contenere:

  • Cosa consegni: quanti contenuti, di che tipo, su quali piattaforme.
  • Le date: consegna della bozza, approvazione, pubblicazione.
  • Quante revisioni: due giri di modifiche sono ragionevoli. “Finché non siamo soddisfatti” no.
  • Diritti d’uso e sponsorizzate: cosa può fare il brand con il tuo video e per quanto tempo.
  • Esclusiva: se c’è, per quali categorie e per quanto.
  • Pagamento: importo, tempi e modalità. In Italia i pagamenti a 60 giorni fine mese dalla fattura sono comuni: se per te sono troppi, chiedi un acconto prima di iniziare.

Segnalare la pubblicità: le regole AGCOM

Ogni contenuto con finalità promozionale deve essere riconoscibile subito come pubblicità, qualunque sia il numero dei tuoi follower. Le diciture accettate dall’AGCOM sono “Pubblicità”, “ADV”, “Advertising” o “Sponsorizzato da…”, ben visibili e non nascoste in mezzo a venti hashtag. Vale anche per i prodotti ricevuti in regalo, non solo per le collaborazioni pagate.

Chi supera i 500mila follower o il milione di visualizzazioni medie mensili su una piattaforma rientra negli “influencer rilevanti” e ha obblighi aggiuntivi, tra cui l’iscrizione a un elenco pubblico tenuto dall’AGCOM. Se sei sotto quella soglia, la trasparenza resta comunque obbligatoria. E un brand serio controlla che tu la rispetti: segnalare bene la pubblicità è anche un segno di professionalità. Regole AGCOM per influencer e creator: cosa devi fare davvero (anche sotto i 500mila follower)

Come fatturare

Dal 2025 esiste un codice ATECO dedicato agli influencer e ai creator, il 73.11.03, utile se apri o hai già una partita IVA. Se le collaborazioni sono davvero sporadiche, all’inizio molti creator lavorano con la prestazione occasionale con ritenuta d’acconto. Attenzione però: se le collaborazioni diventano regolari, l’occasionalità sparisce. La scelta giusta dipende dalla tua situazione, quindi prima di firmare la prima collaborazione importante fai una chiacchierata con un commercialista. Costa meno di un errore. [LINK INTERNO: partita IVA per content creator]

Il verdetto: meno proposte, più mirate

Se dovessi tenere un solo consiglio da questo articolo, sarebbe questo: per proporre una collaborazione a un brand non ti servono più follower, ti serve un’idea migliore. Scegli dieci aziende di cui usi davvero i prodotti, trova la persona giusta per ognuna, scrivi una proposta con un contenuto preciso in testa e prepara un media kit leggibile in 30 secondi. È più lavoro che mandare cento email uguali, ma è l’unico che porta risposte.

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Matteo Coletta
Matteo Colettahttps://matteocoletta.it
Content creator indipendente. Mi occupo di video, fotografia, grafica e strumenti di intelligenza artificiale. Testo attrezzatura, applicazioni e workflow per capire cosa funziona davvero nella creazione di contenuti digitali. Racconto il percorso, gli esperimenti e anche gli errori, con l’obiettivo di offrire idee e soluzioni concrete a chi crea contenuti per passione o per lavoro.