Influencer che non esistono ma guadagnano: il business degli avatar AI nel 2026

C’è un’influencer su Instagram che si chiama Aitana López. Ha 338 mila follower. Posta foto di sé stessa in palestra, in vacanza, seduta al bar con un caffè. I brand la pagano per indossare i loro prodotti. Il problema è che Aitana López non esiste: è un personaggio generato interamente con AI da un’agenzia di Barcellona. E il suo account guadagna oltre 10.000 euro al mese.

Non è un caso isolato. Nel 2026, il mercato degli influencer virtuali AI vale circa 11-13 miliardi di dollari e cresce a un ritmo del 40% annuo. Ogilvy ha stimato che rappresenteranno il 30% dei budget di influencer marketing entro il 2026. Se siete creator o lavorate nel marketing digitale, questo fenomeno vi riguarda già, anche se non vi siete ancora accorti.

Questo non è un articolo che vi dirà se gli influencer AI sono giusti o sbagliati eticamente. È un’analisi di come funziona questo business, chi ci guadagna, e cosa cambia per i creator umani che ci sono dentro da anni.

Chi crea gli influencer AI e come funziona il business

Nel 2026, creare un influencer AI non richiede più una squadra di animatori 3D o budget da film. Gli strumenti disponibili permettono di generare un personaggio visivamente coerente, dargli una identità, e produrre contenuti su scala. Ecco come funziona nella pratica:

Una persona (o un’agenzia) crea un “profilo” del personaggio: nome, aspetto fisico, personalità, nicchia di contenuto. Strumenti come Higgsfield, Sozee.ai o HeyGen permettono di generare immagini e video di questo personaggio in situazioni diverse, mantenendo coerenza visiva dell’aspetto tra un contenuto e l’altro. Il personaggio non deve mai fare nulla: le sue “foto” si creano con un prompt testuale.

I contenuti vengono pubblicati come se fossero reali: post, stories, reel. Alcune versioni più sofisticate usano avatar parlanti che rispondono ai commenti con testi generati da AI, creando una parvenza di interazione autentica.

Quando il profilo raggiunge una massa critica di follower, i brand iniziano a pagare per collaborazioni: il personaggio AI “indossa” il loro prodotto, lo raccomanda nella caption, appare in un contesto lifestyle che rispecchia il target del brand. Il personaggio non si stanca, non chiede vacanze, non fa storie fuori dal personaggio e non ha crisi personali che finiscono sui media.

I numeri che stupiscono

I virtual influencer più seguiti al mondo hanno numeri che farebbero invidia a creator umani con anni di lavoro:

Lil Miquela, uno dei primi virtual influencer mainstream, ha circa 2,7 milioni di follower su Instagram ed è stata usata da brand come Prada, Calvin Klein e Samsung. Il suo “creatore” ha venduto la società per circa 125 milioni di dollari.

Il modello di business ha poi proliferato: oggi esistono decine di migliaia di account di influencer virtuali su Instagram, TikTok e YouTube, gestiti da singoli, piccole agenzie, o aziende specializzate. Non tutti guadagnano cifre stellari, ma molti generano reddito consistente con costi di produzione bassissimi rispetto ai creator umani.

Il costo marginale di un “post” di un influencer AI è praticamente zero dopo l’investimento iniziale nella creazione del personaggio. Un creator umano ha costi di produzione, tempo, attrezzatura. Un avatar AI produce contenuti su scala per una frazione del costo.

Il film italiano che arriva al momento giusto

Quasi Vera - Il Film

Non è un caso che nel 2026 sia uscito “Quasi Vera”, film italiano che racconta esattamente questo fenomeno: un uomo che, in crisi, crea Vera, un’influencer virtuale bella e perfetta, costruita con AI, che inizia a diventare famosa. È uno specchio culturale di un momento preciso, dove questo tipo di personaggi è diventato abbastanza diffuso da meritare un film mainstream in italiano.

Il fatto che questo tema sia arrivato nel cinema popolare italiano è un segnale: non è più roba da insider del tech. È cultura.

Cosa cambia per i creator umani: i rischi reali

La preoccupazione più comune tra i creator umani è: “gli influencer AI mi toglieranno lavoro?” La risposta è più sfumata di un semplice sì o no.

Nel breve termine, i brand che usano influencer AI tendono a farlo per specifiche tipologie di contenuto: campagne di massa, format molto standardizzati, nicchie dove l’estetica conta più dell’autenticità. Le collaborazioni che richiedono vera opinione personale, esperienza di prodotto reale, o una relazione autentica con un pubblico, sono ancora dominio dei creator umani.

Il problema emerge in un’area specifica: i contenuti di livello medio. Creator con 10.000-100.000 follower che fanno contenuti di buona fattura ma non particolarmente distintivi sono quelli più esposti. Il brand potrebbe scegliere un influencer AI a costo inferiore per lo stesso tipo di contenuto generico. Chi ha una voce riconoscibile, una comunità reale, e una prospettiva personale non facilmente replicabile, è meno vulnerabile.

C’è anche un rischio meno ovvio: la concorrenza per la visualizzazione. Se il feed di Instagram e TikTok si riempie di contenuti prodotti da avatar AI in scala industriale, la competition per l’attenzione degli utenti aumenta, anche per i creator che non producono AI content. Lo spazio visivo è lo stesso.

Le opportunità che pochi stanno cogliendo

Il fenomeno degli influencer AI non è solo una minaccia: è anche uno strumento che i creator umani possono usare a proprio vantaggio.

Alcuni creator hanno iniziato a usare avatar AI come “estensione” del loro personaggio: per rispondere ai commenti, per creare contenuti in lingue diverse, per gestire format che richiedono la loro presenza fisica ma che non possono produrre su scala. L’avatar AI non sostituisce il creator: amplifica la sua capacità produttiva.

Un’altra opportunità è la creazione e gestione di influencer AI per conto di brand. Agenzie e freelance che sanno costruire, gestire e ottimizzare personaggi AI per campagne di marketing sono una figura professionale emergente con domanda crescente. Non è necessario essere creator per lavorare in questo spazio: serve capire il marketing digitale, l’identità di brand, e gli strumenti AI.

Per i creator più avanzati: alcuni stanno creando i propri gemelli digitali, avatar AI addestrati sul loro aspetto e la loro voce, che possono produrre contenuti quando il creator vero non è disponibile. Non è fantascienza: strumenti come HeyGen e ElevenLabs permettono già di replicare la voce con alta fedeltà, e i modelli visivi per il corpo sono in rapida evoluzione.

Il problema che nessuno vuole affrontare: la trasparenza

L’elefante nella stanza è la disclosure. La maggior parte degli influencer AI non dichiara esplicitamente di essere personaggi artificiali. Le piattaforme hanno regole sempre più stringenti sulla disclosure per la pubblicità (in Europa, la normativa sulla trasparenza degli influencer è attiva), ma la disclosure della natura artificiale del personaggio stesso è un’area ancora poco regolamentata.

In Italia, l’AGCOM sta monitorando il fenomeno, ma le regole specifiche sugli influencer AI sono ancora in fase di definizione. Negli USA, alcuni stati hanno iniziato a legiferare: New York ha approvato una legge che richiede la disclosure per i “synthetic performers” usati in contenuti commerciali.

Per il creator umano, questo crea anche un’opportunità di differenziazione: essere espliciti sull’autenticità del proprio lavoro, sulla propria presenza reale, sulla propria prospettiva genuina, è un vantaggio competitivo crescente in un feed sempre più popolato di personaggi artificiali.

Cosa fare adesso: quattro decisioni concrete

Il fenomeno degli influencer AI non è reversibile. Ecco come posizionarsi in modo intelligente:

Se sei un creator: investi nella tua unicità, non nella genericità. Il creator difficilmente sostituibile è quello con una prospettiva personale riconoscibile, una comunità che si fida di lui, e contenuti che richiedono esperienza reale. La produzione di contenuti generici e scalabili è esattamente il terreno dove gli avatar AI vincono.

Se lavori nel marketing: inizia a capire gli strumenti. Non per sostituire i creator umani, ma per capire quando un influencer AI è la soluzione giusta e quando non lo è. Usare uno strumento che non capisci è il modo più sicuro per usarlo male.

Se sei un brand: la disclosure conta. I consumatori, specialmente quelli più giovani e più attenti, iniziano a riconoscere i personaggi artificiali e a reagire negativamente alla mancanza di trasparenza. Usare un influencer AI non è intrinsecamente sbagliato, ma farlo senza dichiararlo è un rischio reputazionale crescente.

Se sei curioso e vuoi esplorare: strumenti come Higgsfield permettono di sperimentare con la creazione di personaggi AI senza un grande investimento. Capire come funziona dall’interno dà una prospettiva completamente diversa sul fenomeno.

Il 2026 è l’anno in cui gli influencer AI sono usciti dalla nicchia tech e sono entrati nella cultura mainstream. Non è un fenomeno che scompare. Vale la pena capirlo.

I virtual influencer più rilevanti del 2026: chi vale la pena seguire

Per capire il fenomeno non basta leggere le statistiche: vale la pena guardare i profili reali. Alcune delle presenze più influenti nel settore nel 2026:

Aitana López (Spagna): già citata, ma meglio approfondire. È gestita dall’agenzia The Clueless di Barcellona. La peculiarità del suo caso è che l’agenzia non l’ha creata per un brand: l’ha creata come prodotto autonomo, poi ha monetizzato attraverso sponsorizzazioni. È il modello “creator indipendente” applicato all’AI.

Lu do Magalu (Brasile): uno dei virtual influencer più antichi e di maggior successo. Esiste dal 2009 come mascotte del retailer Magazine Luiza, ma nel 2026 è diventata un personaggio indipendente con collaborazioni esterne. Ha circa 7 milioni di follower e continua a crescere. Mostra che il formato non è necessariamente effimero.

Il fenomeno dei VTuber giapponesi: in Giappone il formato del virtual influencer ha una tradizione diversa, basata su avatar in stile anime con creator reali dietro. Canali come Hololive e Nijisanji hanno costruito media company da miliardi attorno a questo formato. La voce e il carattere sono reali, l’aspetto è virtuale. Alcuni di questi canali hanno più follower e più engagement di creator umani equivalenti in Occidente.

Osservare questi casi non significa doverli imitare. Significa capire i modelli di business esistenti per potersi posizionare in modo consapevole, che si decida di partecipare, competere, o ignorare completamente il fenomeno.

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Matteo Coletta
Matteo Colettahttps://matteocoletta.it
Content creator indipendente. Mi occupo di video, fotografia, grafica e strumenti di intelligenza artificiale. Testo attrezzatura, applicazioni e workflow per capire cosa funziona davvero nella creazione di contenuti digitali. Racconto il percorso, gli esperimenti e anche gli errori, con l’obiettivo di offrire idee e soluzioni concrete a chi crea contenuti per passione o per lavoro.